Gatti neri cani bianchi, gioventù di ogni età tra le strade di una Parigi onirica: Vanna Vinci ci racconta il suo graphic novel
25 gennaio 2026 alle ore 11:35, agg. alle 11:40
Un racconto dai connotati sognanti e dalla forte componente introspettiva, in compagnia di personaggi che attraversano fasi di passaggio della vita
Fermento costante, innovazione e tanti contenuti di qualità: questi alcuni degli elementi che contraddistinguono il mercato dei fumetti odierno. Un mondo fatto di storie da raccontare e tanti modi differenti per farlo, come dimostrano i tantissimi titoli che affollano gli scaffali di fumetterie e librerie. Dai manga, mattatori in termini di vendite, ai graphic novel, passando per i comics americani e i brossurati di “bonelliana” memoria.
E proprio la casa madre che ha dato i natali a personaggi iconici come Tex, Zagor e Dylan Dog, la Sergio Bonelli Editore (SBE), torna sotto i riflettori. E lo fa imponendosi all’attenzione del grande pubblico con produzioni che si discostano dai formati classici da edicola, portando sugli scaffali delle fumetterie piccoli gioielli che racchiudono quantità e qualità. Come nel caso di “Gatti neri cani bianchi”, il graphic novel di Vanna Vinci che andiamo a scoprire grazie al racconto dell’autrice stessa.
GATTI NERI CANI BIANCHI, LA GIOVENTÙ NON CONOSCE ETÀ
Ciao Vanna, lascio a te l'onere di introdurci al tuo Graphic Novel. Cosa troviamo in "Gatti neri cani bianchi"?
“ È una storia che parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, del dubbio e della sensazione di spaesamento. Il filo conduttore è il “perdersi”, in se stessi, in una città, nel tempo. Ed è una storia che parla di fantasmi e di spiriti guida che spesso è meglio non seguire. Fantasmi che non introducono a un regno soprannaturale, ma a una comunicazione tra passato e presente e tra personaggi di epoche diverse, che hanno cose in comune, ma che mai potrebbero incontrarsi se non nel regno del sogno e dell’impossibilità.”
Come mai la scelta di questo titolo?
“Oh… io sono scettica per natura e per educazione, ma, se devo pensare a qualcosa che preannuncia l’apparizione di uno spirito, un fantasma appunto, mi viene sempre in mente un gatto nero che sparisce pian piano e un cane bianco, fatto come di nuvola, che sgattaiola. Un’invenzione e una sensazione del magico, ecco tutto.”
Parigi fa da sfondo alle vicende. C'è una ragione specifica per la quale hai optato per la capitale francese?
“Parigi mi affascina nella sua forma urbanistica. E nello stesso tempo è un posto dove permangono parti di passato, stratificazioni di storie e persone. Molta gente ha abitato a Parigi. A parte questo, è il contraltare del punto di partenza della storia e del mondo dell’infanzia della protagonista, l’opposto dell’isola nel mediterraneo, del sole, di posti che lei conosce fin da bambina, del luogo dove è nata. Per la protagonista, Parigi è un posto affascinante, attraente, ma freddo, labirintico, sconosciuto. Un luogo in cui perdersi completamente.”
Un libro che parlando giovinezza e di come si possa viverla sostanzialmente a tutte le età. Avevi un target di riferimento specifico quando hai pensato e poi lavorato a questa storia?
“Non ho mai un target di riferimento. Invento e scrivo le storie senza pensare a chi le leggerà. Non credo che ci siano storie con dei target. E penso che le età non siano mai divise… ma siano invece mescolate. L’anziano non perde la sua parte adolescente, e l’adulto non è mai del tutto adulto. Gli esseri umani sono sfaccettati. È una storia che parla di passaggi e di dubbi. Le fasi di passaggio sono parti dell’esistenza complesse e insondabili per tutti, bambini, adolescenti, adulti, anziani… e perdersi è umano.”
UNA STORIA CHE TORNA DAL RECENTE PASSATO
La musica ha un grandissimo rilievo all'interno della storia, una colonna sonora con grandissimi pezzi che compaiono a fare da accompagnamento alle vicende della protagonista...
“L’inserimento di brani musicali nelle tavole è una scelta che viene da altre due storie, “Aida al confine” e “Sophia”, che in un certo modo, insieme a “Gatti neri cani bianchi”, sono una sorta di trittico. La musica è un accompagnamento, una colonna sonora, a volte un commento alla situazione, anche ironico. Non sempre i brani sono scelti con intenzione, a volte sono canzoni che sto ascoltando nel momento in cui lavoro alla tavola e quindi ci finiscono dentro. Altre volte sono proprio una scelta precisa e indicativa. In ogni caso, la musica è per me un elemento molto importante. È anche per questo motivo che spesso la inserisco nelle tavole.
E se il tuo Graphic Novel fosse una canzone, e una soltanto o, a quale lo faresti corrispondere?
“Se Gatti neri cani bianchi fosse una canzone mi sa che sarebbe “Blue angel” di Roy Orbison, un po’ mescolata a “Personality Crisis” dei New York Dolls (che è una della mie canzoni preferite). Ma forse anche “La pluie sans parapluie” di Françoise Hardy (che amo da quando sono ragazzina).
È passato un po' di tempo da quando questo Graphic Novel è uscito per la prima volta. Come lo ritrovi a distanza di anni? C'è qualcosa che oggi avresti trattato in maniera differente?
“Rivedere le cose che ho scritto, disegnato e pubblicato è per me sempre una cosa difficile da spiegare: provo una sensazione di straniamento. Mi sembra di non essere stata io a fare quella storia, la leggo e la guardo con meraviglia, non perché la trovi bella o perfetta, ma perché mi sconcerta il fatto che venga da me, che siano parole, segni e colori che ho fatto io… miei. Mi dà un senso di meraviglia.”
In prospettiva futura, hai già nuovi progetti in cantiere?
“Ho tre, forse quattro progetti in testa. Alcuni anche già ‘a mano’ (come direbbero gli Skiantos), ma è tutto embrionale, non ancora definito. Qualcuno probabilmente impossibile… come i sogni.”