Toni Servillo canta il brano di Guè nel nuovo film di Paolo Sorrentino
20 gennaio 2026 alle ore 17:40, agg. alle 17:43
La scelta si inserisce perfettamente nel solco della tradizione sorrentiniana. Attraverso quella canzone, il personaggio lascia emergere una fragilità inattesa
Nel nuovo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, Toni Servillo torna a incarnare una figura di potere.
Questa volta veste i panni del Presidente della Repubblica Mariano De Santis, un capo dello Stato austero, misurato, apparentemente prigioniero del protocollo e della solennità della carica.
Eppure, in una scena, Sorrentino rompe ogni aspettativa. Il Presidente, solo, lontano dai riflettori istituzionali, canta Le bimbe piangono di Guè. Un brano lontanissimo dall’immaginario ufficiale del Quirinale, che irrompe con forza e simpatia.
LA COLLABORAZIONE CON GUÈ
La scelta si inserisce perfettamente nel solco della tradizione sorrentiniana.
Attraverso quella canzone, Servillo-De Santis lascia emergere una fragilità inattesa: il peso del ruolo, la nostalgia, forse il rimpianto per una vita diversa. Il potere, così, smette di essere un’entità astratta e torna a essere abitato da un uomo, con le sue contraddizioni e i suoi ascolti segreti.
Durante una recente intervista, il regista partenopeo ha raccontato di aver incontrato Guè alla prima milanese del suo precedente film Partenope. In quell’occasione, tra i due, è nata una simpatia che li ha portati alla collaborazione nella pellicola attualmente in sala.
LA TRAMA
Al centro del film c’è Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica immaginario, esplicitamente sottratto a ogni riferimento con la realtà. Uomo solo, vedovo, cattolico, padre di Dorotea (Anna Ferzetti) giurista come lui, e con lei legato da un rapporto fatto più di silenzi che di certezze.
De Santis si avvicina alla conclusione del mandato immerso in una quotidianità rarefatta, scandita da rituali stanchi e da un senso di sospensione quasi crepuscolare. È in questo tempo apparentemente immobile che emergono gli ultimi, decisivi nodi del potere: due richieste di grazia, formalmente distinte ma moralmente intrecciate, che si trasformano in autentici abissi etici. Scelte capaci di incrinare la coscienza, di interrogare il confine tra legge, compassione e responsabilità.
Decisioni che finiscono per riflettersi, in modo ineludibile, nella sfera privata del Presidente, confondendo il ruolo pubblico con l’uomo, l’istituzione con la fragilità individuale