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Onimusha Way of the Sword, la serie Capcom torna in scena per celebrare i venticinque anni

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Author image Dario Vanacore

11 settembre 2026 alle ore 16:00, agg. alle 15:44

Un ritorno in scena in pompa magna per il franchise, che con le sue atmosfere peculiari e i ritmi forsennati, abbraccia una nuova generazione di videogiocatori

L’oriente è ormai sempre più un punto di riferimento, quando si tratta di toccare argomenti di cultura pop. Come nel caso delle pubblicazioni editoriali, che trovano nei manga un grandissimo esponente anche nel nostro paese. Ma non solo, considerando come anche la letteratura contemporanea guarda a est con grande attenzione. Basti considerare quanti volumi, che arrivano dal Giappone e dalla Corea, trovano spazio nella nostra rubrica settimanale dedicata ai migliori libri da leggere per ogni età.

E poi che dire dei videogiochi, che proprio in Giappone hanno i loro maggiori esponenti, da Sony a Nintendo, giusto per guardare la famosa punta dell’iceberg. L’oriente come punto di riferimento ma anche come fonte di ispirazioni e suggestioni che vanno poi ad alimentare la fantasia degli appassionati. Come avviene nel caso di “Onimusha Way of the Sword”, il nuovo capitolo della serie targata Capcom, che arriva sulla scena videoludica con vibes specifiche, ma che saranno in grado di solleticare gli appetiti di un pubblico molto variegato.


ONIMUSHA, IL RITORNO DELLA SERIE DOPO VENT’ANNI DI SILENZIO

Prima di addentrarci nei meandri di Onimusha Way of the Sword, è più che lecito andare a riscoprire i trascorsi della saga. D’altronde i più giovani forse non sapranno che il franchise in questione appartiene alla schiera dei classici, quei titoli che hanno alimentato la fame di Giappone delle passate generazioni di console (e di videogiocatori).

Erano gli albori del nuovo millennio, precisamente il 2001, quando “Onimusha Warlords” arrivava sulla scena internazionale. Un lancio che sarebbe dovuto avvenire in un’edizione pensata per la prima Playstation, ma che invece avvenne su PS2, con tutte le conseguenze del caso in termini di upgrade tecnici apportati al titolo. Da quel momento altri tre titoli – “Onimusha 2 Samurai's Destiny” (2002), “Onimusha 3 Demon Siege” (2004) e “Onimusha Dawn of Dreams” (2006), senza considerare riedizioni e spin-off – animarono la scena su PS2, prima di cadere in un silenzio ventennale.

Due generazioni saltate per poi tornare in pompa magna su PS5, Xbox Series X/S e PC (oltre che su Nintendo Switch 2), console che vantano un pacchetto di hardware infinitamente superiore (gli anni passano, ma in questo caso portano migliorie) e che offrono opportunità tecniche impareggiabili. Un vero e proprio tuffo nel futuro per il franchise, verso orizzonti che venticinque anni fa non sarebbero probabilmente nemmeno mai stati ipotizzati.

ONIMUSHA WAY OF THE SWORD, LA MATURITÀ DEI VENTICINQUE ANNI

Quello che è assodato è il numero sulla “carta d’identità” di Onimusha Way of the Sword. Il nuovo capitolo del franchise di casa Capcom arriva sugli scaffali con venticinque anni di trascorsi alle spalle. Un lasso di tempo considerevole, e che spinge inevitabilmente verso l’alto le aspettative, soprattutto per i fan di lunga data che hanno assistito alla genesi della saga e che hanno dovuto digiunare tanto a lungo per vederne il ritorno.

E Onimusha Way of the Sword arriva all’appuntamento con la voglia di continuare proprio là da dove aveva mollato il colpo. Si torna quindi nel Giappone feudale, un’atmosfera esotica che da sempre alimenta le produzioni - multimediali o letterarie - e la fantasia di chi ne fruisce. Fantasia che qui, a maggior ragione, attinge a piene mani dal mito e dal folklore tipico di quelle terre, con “contenuti” che si tramandano da secoli e i cui riverberi arrivano intatti fino ai giorni nostri.

Miti e leggende che rappresentano parte dell’impalcatura narrativa su cui si fonda questo nuovo capitolo, che con tinte dark fantasy immerge in un’atmosfera peculiare, che si muove in perfetto equilibrio tra realtà e finzione. Gli ambienti di gioco restituiranno vibes uniche, e renderanno anche il semplice girovagare un piacere. Per quanto i “pellegrinaggi virtuali” dovranno molto presto lasciare il passo alla missione (o sarebbe meglio dire “alle missioni”, ndr) di cui sono incaricati i videogiocatori.

Senza girarci troppo intorno, il cuore dell’esperienza ludica restano le sequenze action in cui controlleremo il protagonista in ambienti più o meno castigati, con l’obbiettivo di fare un sushi di nemici ripassandoli a fil di spada. Un piacere per i sensi, a patto però di padroneggiare al meglio le diverse tecniche a disposizione – e su questo fronte sarà la pratica a fare la differenza. Nemici (leggasi: “carne da macello”) che saranno l’interludio al piatto forte, vale a dire le boss fight. È qui che occorrerà mettere in pratica tutto ciò che si è appreso nelle fasi precedenti, in frangenti dove ogni competenza ha il suo peso negli equilibri della battaglia.


VIVI IL PRESENTE CON LO SGUARDO AL FUTURO, MA MEMORE DEL PASSATO

I latini sintetizzavano il pensiero alla base di Onimusha Way of the Sword con due semplici parole messe in fila: “carpe diem”. Cogli l’attimo, vivi il presente, e questo per il gioco Capcom vuol dire una cosa molto semplice: il passato è importante e non si rinnega, rappresenta la tradizione, ma a distanza di vent’anni bisogna dimostrare di essere sul pezzo.

Ecco che quindi gli elementi fondanti della serie trovano posto anche in questa nuova iterazione, ma bilanciati in modo da rispettare gli “standard” ludici contemporanei. È impossibile pensare di avere lo stesso appeal a distanza di vent’anni senza modificare alcunché, a maggior ragione se si considera quanto camaleontici siano i gusti del pubblico. E tenendo bene a mente che in vent’anni c’è stato un fisiologico avvicendamento generazionale nella schiera dei videogiocatori a cui ogni addetto ai lavori si rivolge.

Il producer nipponico ha quindi operato ricalibrature necessari e funzionali, in modo da portare i giusti equilibri di gameplay che rendessero l’opera appetibile anche per il mercato contemporaneo. Per proiettarsi verso il futuro occorre questo, senza impuntarsi inutilmente. E la strada tracciata sembra essere quella giusta per tornare nuovamente a menare fendenti a stretto giro: non facciamo passare altri vent’anni, eh!

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